In via dell’Olmo di San Benedetto del Tronto c’è il concentramento. I giovani ragazzi e le ragazze arrivano alla spicciolata. Sono tutti vestiti di nero. Pantaloni neri, scarpe anche quelle nere lucide, il più delle volte anfibi luccicanti con le fibbie. Cinture nere, e facce truci, occhiali neri a specchio. Mascelle gonfie. Oggi è un giorno speciale per loro, un giorno di gloria, nasce la prima ronda dell’adriatico. Una ragazza, motivatissima, fa: “io ce l’ho con le coppie etero, sono una lesbica”, e parlando a me e Alessandra ci dice a brutto muso: “voi siete una coppietta?”. Paura. Un altro ragazzo dice che è molto infastidito da quei padroni di cani che li portano a spasso e girano senza paletta e contenitore per raccogliere le feci puzzolenti. “Se non hanno la paletta chiamo quelli della Asl, si passa direttamente al sequestro dell’animale. Non possono impunemente lordare le aiuole o i marciapiedi”. Un altro, sempre vestito di nero, alto e barbuto, labbra ingiallite da tabagista, maglietta aderente con la scritta bianca minacciosa Ronda pronuncia semplicemente questa frase: “li stermino semplicemente”. Stermini chi, stermini cosa? “Gli zingari” dice. “E chi altri?…sono specializzato”. “Ti ricordi quel rom del cazzo di Appignano? Te lo ricordi quella merda? Ha fatto fuori quattro ragazzi che viaggiavano tranquilli in motorino. E gli hanno dato pure gli arresti domiciliari.”
Intanto si sono radunati in questa viuzza che sta lungo la nazionale adriatica, sono le sei di un pomeriggio italiano tra i più quieti, c’è solo un po’ d’afa che fa sudare e incolla il cotone delle camicie alla pelle, lo struscio e l’occhiata al negozio di lusso, abitudine consolidata del fine settimana.
Adesso sono una decina. Spavaldi, pettoruti, le femmine sono più cattive dei maschi, hanno da poco superato lo spazio dove c’è un’opera di Marco Lodola. Una del gruppo che si distingue, continua a dire ai passanti: “tranquilli, ci pensiamo noi alla vostra sicurezza. Nessun problema, signora”. La gente annuisce, qualcuno guarda disorientato, qualche altro fa boh con la bocca. Davanti a tutti padroneggia nel passo un ragazzone alto, aria schifata nel volto impenetrabile, dietro lo seguono gli altri componenti seriosi e parecchio appagati dal ruolo, un grappolo di corpi che si fa largo nell’isola pedonale della città di mare. Li seguo di buon passo e capto al volo le voci dei passanti: un signore distinto dice alla moglie: “ma ronda de che?”. “I guerrieri della notte” sento dire da una voce senza corpo mentre cammino. “E’ un film? Dice che stanno girando un film?” Per molti, invece, sembra del tutto normale vedere questi ragazzi che ricordano quelli della giovine italia, e osservano, e scrutano, e spogliano con lo sguardo. I carabinieri presenti e le forze di polizia li guardano anche loro sospettosi. Stanno incollati alle volanti, quelle delle cosiddette forze dell’ordine, con i capelli ben pettinati e le facce sbarbate di fresco, immobili come manichini nel via vai di gente, muraglie umane difficilmente permeabili nei miei passeggiamenti. Li seguo ancora. Certe volte li anticipo quelli della Ronda, in altri momenti sto a distanza, mi godo i parlamenti della gente. “Ma andate via” urla un tipo buffo, “fatemi il piacere: viva il papa!” Qualcuno ringrazia. “C’è pieno di delinquenti” dice una vecchietta. A metà della via, prima di arrivare alla rotonda dove dietro si trova il cinema Calabresi, c’è un presidio di ragazzi di Forza nuova. Fanno tenerezza questi fascistelli che incorporano un triste clichè di provincia, le testoline rasate e gli sguardi finto truci, non fanno paura. Anzi, invece provocano in me della tenerezza. Ognuno a quell’età trova una scusa per liberare i suoi istinti bestiali, vorrei parlarci. Uno di loro raggiunge il caporione che è alla testa della Ronda, parlano seriamente, gli dice che loro ci sono, va benissimo quello che stanno facendo. Il ragazzo alto impenetrabile dall’aria schifata annuisce: “certo, ci vuole ordine, c’è troppa gente intorno che rompe i coglioni. Ma adesso ci siamo noi,” dice con sicurezza attoriale, “faremo sempre un ottimo lavoro”. Continua la camminata, continua la perlustrazione. Adesso i ragazzi della Ronda sono cresciuti di numero. Forse nessuno se ne è accorto, ma sono in diciotto. Sempre più decisi, sempre più marziali nel loro andamento. Infatti ricordano le squadracce, qualcuno lo grida pure: fascisti! Fascisti! Si sa che San Benedetto del Tronto, e le Marche tutte, sono infestate da comunisti. E qui, negli anni settanta, i figli dei portuali erano tutti visceralmente rossi, tanto che nel commando che uccise Aldo Moro su nove quattro erano di queste parti. Ma molti se ne fregano, in fondo è normale che questi ragazzi stiano qui a garantire l’ordine per far si che il consumismo di massa del fine settimana possa svolgersi senza traumi, così come le partite di calcio della domenica. Tutto deve continuare, anche a costo di esercitare qualche piccola violenza. Ma il flusso del sabato sera non può interrompersi, e allora ben venga anche la Ronda. Poi, mentre sta già per tramontare, e il sole scende, succede quello che nessuno pensava potesse mai accadere. Un gruppo di saltimbanchi è in un angolo della via del passeggio serale. Sono due ragazze allegre, gioiose, e hanno radunato intorno a loro un gruppo di bambini che cantano e saltellano allegramente seguendole con gli sguardi smaniosi. Sembra un controcanto in questa stupidera di chiacchierii e di intrusioni nei negozi di lusso, un piccolo atto sovversivo nell’omologazione di abiti griffati, gelati leccati con lentezza e sbadigli. Ma i giovani e aitanti ragazzi della Ronda chiedono conto di un permesso, dicono che le due ragazze sono d’intralcio. Sequestrano la bicicletta a una ruota sola, che potrebbe essere pericolosa se abbandonata sulla strada. Potrebbe inciampare qualcuno. E’ pericoloso, insistono. “Molto pericoloso” dice una rondista, “come fate a non rendervene conto?” Allora un padre di famiglia si inalbera. Ha un pizzetto ben curato e un golf allacciato al collo. Inveisce: “Andatevene! Chiamo i carabinieri!” La moglie lo strattona, lo prende per la camicia. C’è un altro signore particolarmente rissoso e occhialuto, che si sostiene su due grucce, che sbraita. “Ma lasciateli giocare, lasciate perdere i bambini!” Non riescono più a fermarlo, è un fiume in piena. Solo quando gli attori del laboratorio Re Nudo gli dicono che è una finzione, è solo una performance teatrale, si rabbonisce come se fosse stato preso in castagna a “Scherzi a parte”, vittima di una candid camera fetente. Allora ride, dice “va bene, sono d’accordo con voi, bastano già i poliziotti e i carabinieri.”
Scende la sera, è il momento del tramonto. Gli attori tornano verso la sede di via dell’Olmo, in testa il regista Piergiorgio Cinì, che da tanti anni imperterrito continua a fare teatro con una passione autentica e un imprinting politico che lo connota da sempre. Nei giorni scorsi, infatti, qui si è tenuta la quindicesima rassegna dei “Teatri invisibili”, una settimana di spettacoli teatrali molto incentrati sulla ricerca e l’impegno civile. Lui è autoctono ma ha un’aria straniera, baffi neri e corpo da calabro albanese. Ma si sa che nei posti di mare gli intrecci di sangue e di culture sono stati moltissimi. Mi dice che per loro non è affatto un ritorno al teatro politico, ma solo la continuazione di un percorso. “Mi ha detto il capo dei vigili: guarda, se volevate ottenere un panico di massa, ottenere confusione e discussione, ci siete riusciti. Non sai le telefonate che abbiamo ricevuto. Ci dicevano: aho, che cavolo succede, chi sono quelli vestiti di nero?”
Ora gli attori parlano, riferiscono le cose sentite. Sono loro la spugna sensibile di questo “teatro dal vero”, come lo chiamano, che fa tesoro di una frase di Primo Levi tratta da Se questo è un uomo: “A molti, individui o popoli, può accadere, più o meno consapevolmente, di credere che ogni straniero sia nemico. Quando questo avviene, allora, al termine della catena sta il lager”. Un’altra attrice dice che due signori si sono messi a parlare animosamente, uno a favore e l’altro contro. Due tizi sui quarantacinque invece hanno chiesto di iscriversi. “Noi ci stiamo”, hanno detto ardimentosi, come si fa ad arruolarsi?” Invece la performer militante, credo una insegnante garantisco di una certa avvenenza, mi dice preoccupata: “a qualcuno è sembrata una cosa normale, già un dato di fatto, una cosa che può succedere. Tranquilli.”
Prima di andarmene, Cinì mi consegna in regalo la maglietta con la scritta bianca Ronda. Sono anch’io un potenziale rondista, adesso. Ma il mio rondismo è un altro, soprattutto in questa Italia dove la lingua di plastica, quella massificata e postmoderna, assolutamente funzionale alla società dello spettacolo, si impoverisce e impoverisce le forme dell’esperienza. Meglio tornare a quella di Cardarelli, di Barilli e Cecchi, che si rifacevano a quella grandissima e insuperabile di Giacomo Leopardi. Ma anche questa, ovviamente, è una provocazione.