Pervengono alla nostra redazione altri attestati di vicinanza a don Alessandro Santoro, prete della Comunità delle Piagge di Firenze, “reo” di aver celebrato un matrimonio non conforme ai canoni tradizionali.
Caro Alessandro,
ti ringrazio per il momento di verità che ho vissuto durante la celebrazione di domenica 11 Ottobre, ospite della tua comunità. Quell’eucarestia è stata per mio marito, per me, per l’amica che ci accompagnava, un’esperienza viva dell’amore di Dio.
Le tue parole, vere, profonde, sofferte, pronunciate senza enfasi, erano il grido di un’anima che si interroga e si misura, uomo tra gli uomini, nella sua nudità, nella sua autenticità cercando nell’altro e con l’altro la risposta, senza ricette prefabbricate. Ho riconosciuto in te i toni della profezia, il volto del Cristo che si china sugli ultimi, sui piccoli, per liberarli dall’oppressione, facendosi piccolo con loro fino alla morte, nel più sublime atto d’amore. Tu hai voluto dare cittadinanza legittima ad una storia di sofferenza e fedeltà, unendo in matrimonio un uomo e una donna che già da 30 anni sono coppia, nei fatti e nella storia di una donazione reciproca di giorno in giorno vissuta e rinnovata, provocando, con l’aperta disobbedienza, l’aperta condanna dell’autorità religiosa, più attenta alle leggi esterne, che a quelle del cuore.
Sempre i profeti sono stati perseguitati e uccisi, ma la persecuzione è il segno più chiaro che la loro profezia viene da Dio, come è vero che i cattivi maestri e i falsi profeti ricevono vasti consensi e onori, perché non turbano le logiche del potere.
Il tuo coraggio nell’esporti, conoscendo bene le conseguenze di una scelta scomoda, è il segno forte della tua fede; ti sei chinato sulle sofferenze dei tuoi fratelli, le hai fatte tue, ti sei sporcato le mani, scegliendo di rispondere a un bisogno profondamente radicato nel cuore, anziché ad una legge esterna che risponde ad un bisogno tutto politico di distinguere l’umanità in categorie astratte che nulla hanno a che spartire con la vita, col cuore, con l’amore e il dolore delle persone concrete.
Hai trasgredito, facendo esattamente quello che ha fatto ripetutamente il Cristo, violando sistematicamente tutti i precetti, le leggi, le consuetudini religiose, per liberare le sue pecore dal recinto.
Grazie per questo atto d’amore, grazie per questo segno forte di fedeltà, che dà forza alla speranza di tutti quelli che credono in un mondo altro, contrario alle logiche dei potenti, che producono la morte del cuore e dello spirito.
Io non sono una donna di preghiera, nel senso più comune del termine, ma il costante pensiero sarà la mia preghiera per te e per la tua comunità resa orfana.
Un grande abbraccio.
Caro vescovo, fratello in Cristo
La vicenda di Don Santoro e della “Comunità le Piagge” non mi ha sorpresa, però mi ha profondamente rattristata, non per il sacerdote, forte di una fede vissuta, corroborata dalle scelte difficili, ma per un’altra occasione persa dalla gerarchia cattolica di porsi dalla parte degli ultimi, in linea con quel volto di un Dio-padre che accoglie la sofferenza degli uomini, senza scandalizzarsi, senza giudicare, che il Cristo ci ha mostrato, il cui amore va oltre la legge, necessaria al potere per dividere gli uomini in categorie arbitrarie, allo scopo di dominarli.
Voglio raccontarti una storia:
circa quattro anni fa ho conosciuto una giovane coppia venuta dalla Colombia per sottoporre il proprio bambino ad un delicato intervento: il bimbo, allora di due anni, era nato con organi genitali esterni, sia maschili che femminili, un ermafrodita, destinato ad un limbo che lo avrebbe escluso da qualsiasi sogno di vita normale: un amore, una famiglia, una vita sociale in cui non rischiasse di essere un fenomeno da baraccone, col rischio di un’infanzia e un’adolescenza vissuta da diverso, esposto a derisione, curiosità, malignità…
Quel bambino ora, almeno esternamente, è uguale agli altri, con un genere definito, domani sarà un uomo. Cosa dirà domani la Chiesa a questo bambino cattolico, quando penserà di sposarsi? Probabilmente nulla, se non verrà all’orecchio dell’autorità religiosa la storia dei suoi primi tre anni di vita, o, nel caso che la verità venisse a galla, subirebbe la stessa violenza di Sandra, donna all’anagrafe, a cui la chiesa non riconosce il diritto all’amore e al matrimonio, perché ha scelto da adulta la propria identità sessuale, mettendo fine ad una ambiguità, non visibile all’esterno, ma fonte di enorme disagio e sofferenza interiore?
Qual è lo scandalo per i buoni cristiani, moralisti con gli altri e adulteri, ipocriti, violenti e corrotti nella loro vita privata, che però, forti della loro apparentemente definita identità sessuale, hanno il diritto all’amore, alla famiglia, al rispetto sociale?
Di chi è la colpa dell’ambiguità o dell’omosessualità, della perversione della natura? In tal caso con quale diritto queste persone debbono essere condannate, se credenti, a vivere un matrimonio di fatto, senza diritto di cittadinanza nella Chiesa, che li considererebbe dei concubini? Se invece l’ambiguità è il segno di una malattia psicologica, quale colpa ne ha chi la vive, per divenire, sul piano religioso, un clandestino sine iure?
Io, come cristiana cattolica chiedo alla Chiesa gerarchica una risposta, che parta dal bisogno e dalla concretezza di vita, che si faccia carico della sofferenza dei fratelli “diversi” e non li condanni ad un peccato, la cui responsabilità ricadrebbe su tutta la Chiesa, non solo sulla gerarchia, perché se la gerarchia è distante e sorda, significa che il popolo di Dio in cammino non l’ha convertita, proprio a causa dell’obbedienza, non si è fatto samaritano, accettando la trasgressione, ha preferito la purezza che divide e allontana, all’amore che unisce, accoglie ed accompagna.
Don Alessandro no, lui si è sporcato le mani, si è fatto prossimo di questi fratelli scippati dei loro diritti più sacri, come il diritto all’amore, inscindibile dal diritto alla vita, cui dà senso, e il riconoscimento di essere coppia e, in quanto credenti e praticanti, coppia riconosciuta dalla Chiesa, di cui fanno parte a pieno titolo e diritto, non meno di tutti noi credenti e, in quanto uomini, peccatori certo non meno di loro. Hanno al loro attivo trent’anni di reciproca fedeltà, sono, per dolorosa ironia della sorte, una coppia eseSmplare, come pochissimi cristiani ortodossi e obbedienti possono vantarsi di essere.
Con profonda amarezza, ma con la speranza di chi crede che il Cristo non si è sacrificato invano, ti chiedo una profonda riflessione sul dramma di queste due persone che Dio ama, ma la Chiesa condanna.
Fernanda